Siamo qui 💙

Il 18 marzo 2016 alle ore 23.25 dopo un faticoso travaglio di 20 ore il mio cucciolo è venuto al mondo. Parto spontaneo fortemente voluto dalla sua mamma e anche dal suo papá.

Mauro: 3 kg e 230 gr e 52 cm di amore puro.

 

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Sarebbe facile smettere di impegnarsi, smettere di combattere e basta. Più difficile è continuare ad impegnarsi in ogni cosa, metterci sempre il 100% di te stessa e poi non avere nessun riscontro positivo.

Vorrei essere leggera come una piuma, vorrei sedermi in riva al fiume e guardare l’acqua che scorre senza nessun altro pensiero. Svuotare la mente, svuotare il cuore.

Sono infinitamente piccola, piccola e incapace di fare le cose che le persone normali fanno con disinvoltura, ad esempio aiutare le persone che mi stanno accanto a stare bene, ad essere felici, un po’ felici con me.

Mi piacerebbe tornare a scrivere, a scrivere davvero, parole vere e con un senso. Ma ora sono solo piena di parole vuote e senza senso, piena di quelle parole che raramente riesco a pronunciare a voce alta.

L’amore resta

Vorrei che le persone non si facessero più del male. Ecco quello che vorrei in questo preciso istante. Vorrei che l’amore non fosse una questione che si riduce all’oggi ci sono, qui, per te e domani non ci sono più. Ti spezzo il cuore, anche se fa male anche a me.
Ci sono passata per tutto questo e so quanto possa far male, per mesi, per anni. E so, fin troppo bene, che le ferite te le porti dietro comunque, anche quando le cose si aggiustano o almeno vanno come speravi tu. Ed ogni tanto inevitabilmente la ferita inizia a pulsare sotto il cuore ricucito e ti chiedi perché quel periodo è capitato proprio a te che non lo meritavi. Poi ti passa, certo, però ogni tanto, sempre più raramente per fortuna, fa ancora male.
Vorrei che nessuno si facesse del male, perché l’irrequietezza di un periodo, l’incertezza del proprio essere che porta a farci dubitare anche dell’altro non vale il male che inconsapevolmente possiamo fare a chi, invece, amiamo.
E poi cos’è l’amore? Vorremmo davvero ridurlo a quella fantasia da bambini di qualcosa di travolgente e passionale che ci porta a fare follie? Non lo voglio credere, é una visione davvero troppo superficiale. L’amore è qualcosa d’altro, è l’accettare e sopportare l’altra quando fa la matta e ti manda a quel paese senza una spiegazione, perché non riesce a dirti che si porta dietro un cuore ricucito tante volte e vuole prendersela con qualcun altro non con se stessa quel giorno. L’amore è sopportare l’altro nei suoi giorni di tristezza ed inquietudine senza poter fare nient’altro che stargli vicino senza parlare. L’amore è la quiete di quando torni a casa e ci siete solo tu e lui e sognare che questo sia il tuo futuro. L’amore è chiudere il mondo fuori da un finestrino di una macchina e non pensare più a niente. Tutto il resto c’è, ci può essere all’inizio e non sempre dopo, ma la passione è effimera, l’amore resta.

Sui disturbi alimentari e dintorni

Sto leggendo un libro prestatomi da un’amica il cui titolo è “Sprecata”, di Marya Hornbacher. É l’autobiografia di una ragazza che ha sofferto di problemi alimentari, così mi fermo ancora una volta a riflettere su questo delicato argomento.

Io non ho mai sofferto, per fortuna, di problemi di tale tipo, ma ci sono andata molto vicina e penso che tante ragazze della mia generazione ne abbiano sofferto o possono esserci andate vicino, perché è così facile sentirsi non accettate con un corpo diverso dallo standard o dai modelli che ci propongono.

Tra i 20 e i 21 anni ho perso in pochissimo tempo, nel giro di due o tre mesi, dieci chili. Per svariati mesi ho mangiato a pranzo un piattino di pastina in bianco e parmigiano e a cena una mela, o viceversa. Dimagrivo giorno per giorno e ne ero felice. Mi guardavo allo specchio ed ero felice perché continuavo a dimagrire, era così facile perdere peso e ne volevo perdere ancora di più, volevo eliminare quella pancia che mi portavo dietro da una vita. E poi, cosa non trascurabile, mi sentivo invincibile e molto forte nonostante il mio corpo non ricevesse nessun alimento che potesse darmi tale forza. Andavo all’università tutti i giorni, seguivo corsi, studiavo e mi dicevo che se riuscivo a fare tutte queste cose mangiando così poco significava che il cibo non era così essenziale come tutti dicevano e come mi avevano fatto credere. Ignoravo, in realtà, i segnali che il mio corpo mi mandava, segnali che mi dicevano che non ce la potevo fare a continuare così, che non era vero che ero invincibile: giramenti di testa, tremore nelle gambe e stanchezza eccessiva nel percorrere la strada che mi portava dall’università a casa che mi ostinavo a fare a piedi, ciclo sempre più altalenante, concentrazione nello studio che veniva a mancare. Ero vicina, molto vicina, ad un punto di non ritorno, ma poi, grazie al cielo e diversamente da tante altre ragazze che purtroppo cadono nella terribile trappola di un disturbo alimentare, mi sono riuscita a fermare, ho razionalizzato, ho capito che stavo facendo un’enorme cazzata e sono tornata indietro. Non so bene cosa mi abbia fatto ragionare, sicuramente ero già più grande rispetto a tante ragazze che soffrono di disturbi dell’alimentazione e per questo avevo quel grado di maturità in più che mi ha fatto capire che mi stavo spingendo verso dei limiti da cui sarebbe stato difficile tornare. Di quel periodo ho tanti ricordi, ma due sono indelebili. Il primo è la sensazione di felicità e onnipotenza che provavo quando le persone notavo il mio dimagrimento e, di conseguenza, la mia magrezza, sensazione che mi spingeva a continuare a non mangiare, sensazione che mi portava la sera nel letto a toccarmi le ossa del bacino che iniziavano a sporgermi dai fianchi e a essere ancora più felice, anche se la testa poggiata sul cuscino mi girava e lo stomaco urlava: FAME. Il secondo ricordo si riferisce ad un episodio più specifico. Un giorno ero in spiaggia con i miei genitori e dovevamo pranzare in un ristorante sul mare. Loro avevano ordinato la pasta, mentre io continuavo a spiluccare la mia insalata di mare pensando a come fare a non mangiare davanti ai miei genitori. Quel giorno mio padre mi fece “un discorso”, nel quale mi disse che lui mi riteneva una persona matura e intelligente e per questo era sicuro che sarei stata attenta a ciò che facevo. Non so se è stato proprio questo a darmi una scossa, a svegliarmi dall’incubo in cui sarei potuta cadere, ma sicuramente dopo qualche mese ho ricominciato a mangiare normalmente. Oddio, normalmente è un parolone. Il mio rapporto con il cibo è sempre sull’attenti. Il mio rapporto con il cibo non sarà mai veramente normale, perché non potrò mai mangiare tranquillamente e senza pensare che ciò che mangio incide sul mio corpo, e il problema è che, almeno credo, per la stragrande maggioranza delle donne è così. Il mio problema è un problema di quasi tutte. Il mio problema forse nasce dal fatto che da quando avevo più o meno dieci anni mio fratello maggiore mi diceva sempre che ero grassa, che avevo la pancia e altre cose simili, ma anche dal fatto che i modelli di bellezza che mi hanno proposto sono sempre stati quelli di donne magre, sicuramente più magre e meno formose di me. Io, come tutte le ragazzine della mia età e quelle attuali e quelle che verranno, sono cresciuta con il mito della magrezza.

Ecco ora che ormai sono “grandicella”, ora che anche quando mi vedo ingrassata o semplicemente grassa so che il mio corpo è questo, cioè quello di una donna che non sarà mai longilinea e filiforme, ma che è e può essere, grazie all’attività fisica che pratico e per giunta mi piace praticare e ad un’alimentazione piuttosto attenta e sana, una donna normopeso con una costituzione che ha i suoi pregi e i suoi difetti, ora che la ragione prevale su tutto il resto e che non posso più incappare nemmeno di striscio in un problema dell’alimentazione mi domando, leggendo il libro, se mai avrò una figlia come dovrò comportarmi con lei per far sì che non incappi, a causa della mia ossessione per il non ingrassare e i modelli che le saranno proposti, in un disturbo alimentare? Lo so che forse è un po’ presto per pensare ad una cosa del genere, visto che la nascita di una presunta bambina non è nemmeno nei progetti, ma la cosa mi strugge lo stesso, perché il rapporto tra una donna è ciò che mangia è per molte donne il perno attorno al quale gira l’intera sua esistenza, perché non ritengo sia giusto che dobbiamo combattere tutta la vita contro un modello che non ci appartiene e che per costituzione fisica non potremmo mai raggiungere, non è giusto che nonstante non lo vogliamo soffriamo perchè non potremmo mai omologarci ad uno standard di bellezza che forse non è nemmeno bello, non è giusto che non dobbiamo sentirci belle perchè non siamo magre, quando invece molto probabilmente con la nostra cellulite, il culo grosso, i fianchi larghi e il nostro sorriso siamo più belle di tutte le donne magre alle quali vorremmo somigliare.

Lo ammetto se mai una bambina sarà nella mia pancia pregherò tutti i giorni non solo che sia sana, ma anche che prenda la costituzione dal mio fidanzato e che quindi sia una di quelle ragazze, invidiate da tutte, che possono mangiare ciò che vogliono senza mettere un etto e senza avere un filo di cellulite, ma nel caso in cui, invece, la costituzione sia la mia, allora smetterò di pregare e cercherò con tutta me stessa di essere per lei un modello positivo, cercherò di aiutarla ad accettarsi così come è e non paragonata ai modelli che le vengono proposti e cercherò di renderla forte, soprattutto nei confronti dei giudizi degli uomini che faranno parte della sua vita.

anoressia

Vi lascio con un racconto che scrissi all’epocain cui sono dimagrita molto, anzi forse l’ho scritto quando ho capito che quel confine non doveva essere superato.

Confini da superare

Il confine tra l’essere sano e l’essere malato è labile, lei lo sapeva bene. Se ne era resa conto ancora meglio due giorni prima, quando il dolore era diventato talmente acuto che aveva sentito la necessità di fare qualcosa e quel qualcosa era stato dirigersi verso il bagno, chiudersi a chiave e mettersi due dita in gola, per vomitare in quel water la frustrazione e la sofferenza di quegli ultimi tempi. Non ci era riuscita. Le sue dita si erano spinte finchè potevano, i conati la inducevano a riprovare, ma si era resa conto di quanto stupido sarebbe stato oltrepassare quel confine.

Non era malata. Non ancora. Avvertiva che qualcosa in lei stava succedendo e non sapeva se voleva veramente fermarlo. O almeno non da sola. Ne era consapevole.

Non era una richiesta d’attenzione la sua, semplicemene voleva cambiare qualcosa, voleva che le cose andassero diversamente.

Una sua caratteristica era fare progetti a lunga durata, programmare tutto per sentirsi bene. A volte neanche se ne accorgeva. Lei. Gli altri sì, ma purtroppo glielo avevano detto troppo tardi, come consiglio post accaduto, dopo che tutti i suoi piani e i suoi progetti erano saltati. Quando il suo mondo, costruito su fragili e illusiorie sicurezze, era stato distrutto. Quel mondo, insiema alla sua anima e al suo cuore, lo aveva aperto ad un’altra persona e gli si era aggrappata come se non potesse più vivere da sola. Questa era un’altra sua caratteristica. Dipendenza.

Dipendere da qualcuno per non sentirsi fragile e insicura.

Aveva coniugato le sue due caratteristiche e ne era uscita una miscela esplosiva. Aveva fatto progetti a lunga durata, aveva programmato la sua vita con la persona dalla quale dipendeva. E poi boom!

Ora si trovava ad affrontare quel confine, a capire se voleva oltrepassarlo davvero, senza programmi per il futuro. Sì, cedere alla malattia voleva dire non avere più piani, lasciarsi andare. In compenso significava anche creare un’altra dipendenza, dipendere da qualcosa di più fragile di lei stessa o forse diventare davvero fragile. Spesso si chiedeva se lo era davvero o se cercava di esserlo per nascondere le sue paure, per non reagire.

Era in bilico, camminava, barcollando, su un sottilissimo filo.

Quello che faceva non era normale eppure non poteva smettere di farlo. Era un’altra dipendenza. Mania.

Non era normale che ogni mattina si alzava e il suo primo pensiero era controllare il suo peso. Vedere se il piccolo schermo della sua bilancia digitale le diceva che era aumentata di qualche grammo per correre ai ripari. Non era normale masticare lentamente, talmente piano da finire il suo unico piatto quando tutti gli altri erano arrivati alla frutta. Non era normale domandarsi quante calorie conteneva ogni alimento che avvicinava alla sua cavità orale (erano queste le parole che formulava nella sua mente) e calcolare se aveva raggiunto il suo fabbisogno giornaliero, che aveva ridotto personalmente. Non era normale sentirsi nauseata ogni volta che l’odore di qualche cibo non consentito ciroclava nell’aria e fare un’analisi dettagliata dei cibi che le venivano proposti.

No, tutto questo superava i confini della normalità, dell’essere sano. Rifletteva su questo quella mattina appena sveglia, e si rendeva conto che il confine per lei era più fragile di quanto credesse, che ci voleva veramente poco per superarlo. In quel momento non sapeva se voleva superarlo o no. Non lo sapeva e si rifiutava di fare progetti.

25 agosto 2005