Sui disturbi alimentari e dintorni

Sto leggendo un libro prestatomi da un’amica il cui titolo è “Sprecata”, di Marya Hornbacher. É l’autobiografia di una ragazza che ha sofferto di problemi alimentari, così mi fermo ancora una volta a riflettere su questo delicato argomento.

Io non ho mai sofferto, per fortuna, di problemi di tale tipo, ma ci sono andata molto vicina e penso che tante ragazze della mia generazione ne abbiano sofferto o possono esserci andate vicino, perché è così facile sentirsi non accettate con un corpo diverso dallo standard o dai modelli che ci propongono.

Tra i 20 e i 21 anni ho perso in pochissimo tempo, nel giro di due o tre mesi, dieci chili. Per svariati mesi ho mangiato a pranzo un piattino di pastina in bianco e parmigiano e a cena una mela, o viceversa. Dimagrivo giorno per giorno e ne ero felice. Mi guardavo allo specchio ed ero felice perché continuavo a dimagrire, era così facile perdere peso e ne volevo perdere ancora di più, volevo eliminare quella pancia che mi portavo dietro da una vita. E poi, cosa non trascurabile, mi sentivo invincibile e molto forte nonostante il mio corpo non ricevesse nessun alimento che potesse darmi tale forza. Andavo all’università tutti i giorni, seguivo corsi, studiavo e mi dicevo che se riuscivo a fare tutte queste cose mangiando così poco significava che il cibo non era così essenziale come tutti dicevano e come mi avevano fatto credere. Ignoravo, in realtà, i segnali che il mio corpo mi mandava, segnali che mi dicevano che non ce la potevo fare a continuare così, che non era vero che ero invincibile: giramenti di testa, tremore nelle gambe e stanchezza eccessiva nel percorrere la strada che mi portava dall’università a casa che mi ostinavo a fare a piedi, ciclo sempre più altalenante, concentrazione nello studio che veniva a mancare. Ero vicina, molto vicina, ad un punto di non ritorno, ma poi, grazie al cielo e diversamente da tante altre ragazze che purtroppo cadono nella terribile trappola di un disturbo alimentare, mi sono riuscita a fermare, ho razionalizzato, ho capito che stavo facendo un’enorme cazzata e sono tornata indietro. Non so bene cosa mi abbia fatto ragionare, sicuramente ero già più grande rispetto a tante ragazze che soffrono di disturbi dell’alimentazione e per questo avevo quel grado di maturità in più che mi ha fatto capire che mi stavo spingendo verso dei limiti da cui sarebbe stato difficile tornare. Di quel periodo ho tanti ricordi, ma due sono indelebili. Il primo è la sensazione di felicità e onnipotenza che provavo quando le persone notavo il mio dimagrimento e, di conseguenza, la mia magrezza, sensazione che mi spingeva a continuare a non mangiare, sensazione che mi portava la sera nel letto a toccarmi le ossa del bacino che iniziavano a sporgermi dai fianchi e a essere ancora più felice, anche se la testa poggiata sul cuscino mi girava e lo stomaco urlava: FAME. Il secondo ricordo si riferisce ad un episodio più specifico. Un giorno ero in spiaggia con i miei genitori e dovevamo pranzare in un ristorante sul mare. Loro avevano ordinato la pasta, mentre io continuavo a spiluccare la mia insalata di mare pensando a come fare a non mangiare davanti ai miei genitori. Quel giorno mio padre mi fece “un discorso”, nel quale mi disse che lui mi riteneva una persona matura e intelligente e per questo era sicuro che sarei stata attenta a ciò che facevo. Non so se è stato proprio questo a darmi una scossa, a svegliarmi dall’incubo in cui sarei potuta cadere, ma sicuramente dopo qualche mese ho ricominciato a mangiare normalmente. Oddio, normalmente è un parolone. Il mio rapporto con il cibo è sempre sull’attenti. Il mio rapporto con il cibo non sarà mai veramente normale, perché non potrò mai mangiare tranquillamente e senza pensare che ciò che mangio incide sul mio corpo, e il problema è che, almeno credo, per la stragrande maggioranza delle donne è così. Il mio problema è un problema di quasi tutte. Il mio problema forse nasce dal fatto che da quando avevo più o meno dieci anni mio fratello maggiore mi diceva sempre che ero grassa, che avevo la pancia e altre cose simili, ma anche dal fatto che i modelli di bellezza che mi hanno proposto sono sempre stati quelli di donne magre, sicuramente più magre e meno formose di me. Io, come tutte le ragazzine della mia età e quelle attuali e quelle che verranno, sono cresciuta con il mito della magrezza.

Ecco ora che ormai sono “grandicella”, ora che anche quando mi vedo ingrassata o semplicemente grassa so che il mio corpo è questo, cioè quello di una donna che non sarà mai longilinea e filiforme, ma che è e può essere, grazie all’attività fisica che pratico e per giunta mi piace praticare e ad un’alimentazione piuttosto attenta e sana, una donna normopeso con una costituzione che ha i suoi pregi e i suoi difetti, ora che la ragione prevale su tutto il resto e che non posso più incappare nemmeno di striscio in un problema dell’alimentazione mi domando, leggendo il libro, se mai avrò una figlia come dovrò comportarmi con lei per far sì che non incappi, a causa della mia ossessione per il non ingrassare e i modelli che le saranno proposti, in un disturbo alimentare? Lo so che forse è un po’ presto per pensare ad una cosa del genere, visto che la nascita di una presunta bambina non è nemmeno nei progetti, ma la cosa mi strugge lo stesso, perché il rapporto tra una donna è ciò che mangia è per molte donne il perno attorno al quale gira l’intera sua esistenza, perché non ritengo sia giusto che dobbiamo combattere tutta la vita contro un modello che non ci appartiene e che per costituzione fisica non potremmo mai raggiungere, non è giusto che nonstante non lo vogliamo soffriamo perchè non potremmo mai omologarci ad uno standard di bellezza che forse non è nemmeno bello, non è giusto che non dobbiamo sentirci belle perchè non siamo magre, quando invece molto probabilmente con la nostra cellulite, il culo grosso, i fianchi larghi e il nostro sorriso siamo più belle di tutte le donne magre alle quali vorremmo somigliare.

Lo ammetto se mai una bambina sarà nella mia pancia pregherò tutti i giorni non solo che sia sana, ma anche che prenda la costituzione dal mio fidanzato e che quindi sia una di quelle ragazze, invidiate da tutte, che possono mangiare ciò che vogliono senza mettere un etto e senza avere un filo di cellulite, ma nel caso in cui, invece, la costituzione sia la mia, allora smetterò di pregare e cercherò con tutta me stessa di essere per lei un modello positivo, cercherò di aiutarla ad accettarsi così come è e non paragonata ai modelli che le vengono proposti e cercherò di renderla forte, soprattutto nei confronti dei giudizi degli uomini che faranno parte della sua vita.

anoressia

Vi lascio con un racconto che scrissi all’epocain cui sono dimagrita molto, anzi forse l’ho scritto quando ho capito che quel confine non doveva essere superato.

Confini da superare

Il confine tra l’essere sano e l’essere malato è labile, lei lo sapeva bene. Se ne era resa conto ancora meglio due giorni prima, quando il dolore era diventato talmente acuto che aveva sentito la necessità di fare qualcosa e quel qualcosa era stato dirigersi verso il bagno, chiudersi a chiave e mettersi due dita in gola, per vomitare in quel water la frustrazione e la sofferenza di quegli ultimi tempi. Non ci era riuscita. Le sue dita si erano spinte finchè potevano, i conati la inducevano a riprovare, ma si era resa conto di quanto stupido sarebbe stato oltrepassare quel confine.

Non era malata. Non ancora. Avvertiva che qualcosa in lei stava succedendo e non sapeva se voleva veramente fermarlo. O almeno non da sola. Ne era consapevole.

Non era una richiesta d’attenzione la sua, semplicemene voleva cambiare qualcosa, voleva che le cose andassero diversamente.

Una sua caratteristica era fare progetti a lunga durata, programmare tutto per sentirsi bene. A volte neanche se ne accorgeva. Lei. Gli altri sì, ma purtroppo glielo avevano detto troppo tardi, come consiglio post accaduto, dopo che tutti i suoi piani e i suoi progetti erano saltati. Quando il suo mondo, costruito su fragili e illusiorie sicurezze, era stato distrutto. Quel mondo, insiema alla sua anima e al suo cuore, lo aveva aperto ad un’altra persona e gli si era aggrappata come se non potesse più vivere da sola. Questa era un’altra sua caratteristica. Dipendenza.

Dipendere da qualcuno per non sentirsi fragile e insicura.

Aveva coniugato le sue due caratteristiche e ne era uscita una miscela esplosiva. Aveva fatto progetti a lunga durata, aveva programmato la sua vita con la persona dalla quale dipendeva. E poi boom!

Ora si trovava ad affrontare quel confine, a capire se voleva oltrepassarlo davvero, senza programmi per il futuro. Sì, cedere alla malattia voleva dire non avere più piani, lasciarsi andare. In compenso significava anche creare un’altra dipendenza, dipendere da qualcosa di più fragile di lei stessa o forse diventare davvero fragile. Spesso si chiedeva se lo era davvero o se cercava di esserlo per nascondere le sue paure, per non reagire.

Era in bilico, camminava, barcollando, su un sottilissimo filo.

Quello che faceva non era normale eppure non poteva smettere di farlo. Era un’altra dipendenza. Mania.

Non era normale che ogni mattina si alzava e il suo primo pensiero era controllare il suo peso. Vedere se il piccolo schermo della sua bilancia digitale le diceva che era aumentata di qualche grammo per correre ai ripari. Non era normale masticare lentamente, talmente piano da finire il suo unico piatto quando tutti gli altri erano arrivati alla frutta. Non era normale domandarsi quante calorie conteneva ogni alimento che avvicinava alla sua cavità orale (erano queste le parole che formulava nella sua mente) e calcolare se aveva raggiunto il suo fabbisogno giornaliero, che aveva ridotto personalmente. Non era normale sentirsi nauseata ogni volta che l’odore di qualche cibo non consentito ciroclava nell’aria e fare un’analisi dettagliata dei cibi che le venivano proposti.

No, tutto questo superava i confini della normalità, dell’essere sano. Rifletteva su questo quella mattina appena sveglia, e si rendeva conto che il confine per lei era più fragile di quanto credesse, che ci voleva veramente poco per superarlo. In quel momento non sapeva se voleva superarlo o no. Non lo sapeva e si rifiutava di fare progetti.

25 agosto 2005

Trasmigrazione

Questo è l’ultimo passaggio per il mio blog! Lo giuro! Sono passata da splinder a blogger per cause di forza maggiore, ossia la chiusura di splinder. La scelta di blogger fu un po’ frettolosa. La piattaforma non mi dispiace, ma non mi soddisfa quindi per farla breve ho trasferito il blog per la terza volta! Il template è ancora in fase di elaborazione. Se ci sono consigli sono ben accetti, la clausola è che nel mio blog ci DEVE essere una tazzina di caffè. Per il momento è tutto. Sto per tornare nel pieno della mia forma. 🙂 Stay tuned!

Riflessioni post-natalizie sull’essere genitori, o.O

E anche il santo natale fortunatamente è bello che andato, ora non ci resta che aspettare l’ingresso del nuovo anno e l’addio a quello vecchio con un sonoro vaffanculo! Quest’anno è stato… Non ci sono, per il momento parole per descriverlo, quindi lascio stare, se le troverò mi propongo di dedicarvici un intero post, niente di meno!

Ormai ho l’età in cui le persone mie coetanee iniziano a riprodursi, se non l’hanno già fatto (mia madre alla mia età, come mi ha ricordato mio padre la sera della vigilia, aveva già messo al mondo due bei pargoletti), e così più di una volta mi sono fermata a pensare all’essere genitori. Bhè, non voglio essere la solita cinica, ma purtroppo riflettendo sugli esempi più o meno diretti che ho avuto, sono arrivata alla conclusione che la genitorialità è la più grande forma di egoismo dell’essere umano. Sì, l’ho detto e,  ahimè, lo penso davvero.
La maggior parte dei genitori che conosco, e non sto parlando di chi ha dei bambini piccoli, ma di chi ha figli ormai adulti, non fa altro che biasimare la vita dei propri figli o continuare a cercare di guidarli verso il sentiero da loro e per loro stabilito. Chi più, chi meno non accetta le scelte dei propri figli o almeno non le condivide del tutto e vorrebbe che il proprio figlio continuasse a fare ciò per cui è stato messo al mondo: realizzare i sogni dei propri genitori, seguire la strada maestra su cui si è stato immesso, seguire il percorso già tracciato e per il quale è stato messo al mondo.
Sfido io a trovare un genitore che accetta fino in fondo le scelte, pur sbagliate, del proprio figlio. Sfido io a trovare un genitore che accetta la personalità troppo diversa dalla sua del proprio figlio. Quello che voglio dire è che noi figli non siamo perfetti, ma che siamo degli individui autonomi e liberi, ma i genitori non ci hanno messo davvero al mondo per generosità e per  farci essere liberi, ma semplicemente per soddisfare il loro egoismo, per dare un senso ai propri sforzi, non per un amore grande e fine a se stesso.
Sfido io, per ultimo, a trovare un genitore che leggendo questa poesia di Gibran dica di accettarla in pieno:

I Figli – Gibran

E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
VOI SIETE GLI ARCHI DAI QUALI I VOSTRI FIGLI ,
VIVENTI FRECCE,
SONO SCOCCATI INNANZI.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.

Lo so, sono dura, e se i miei genitori leggessero questo post cercherebbero con tutte le loro forze di asserire il contrario e lo farebbero probabilmente tutti i genitori che conosco e che leggessero una cosa del genere.
Dopo varie riflessioni, però, sono sempre più convinta di tutto ciò che ho scritto, ma è risaputo che io non sono cresciuta nella casetta della mulino bianco e spero, per me e per i figli che presto o tardi metterò al mondo anche io, di sbagliarmi alla grande e di essere la madre più generosa del mondo.

Bhè, che posso dirvi, questo è il degno ultimo post di un anno per così dire di m…a!
A risentirci presto, forse in un anno migliore!
Buon 2013

Sembrava la fine del mondo, e pure del blog!

Sembrava la fine del mondo, e pure del blog, e invece no. Ho bisogno di scrivere ancora un po’, anche se raramente, anche se non più di fatti troppo troppo personali.  Ho bisogno di sapere che questo piccolo spazio virtuale e solo mio esiste ancora, è una sicurezza, è come avere sempre un libro e una matita nella borsa.
Ci scriviamo presto. Sicuramente arriverà il mio solito post su quanto odio il natale, 😀
Stay tuned!
Vi lascio con questa canzone, che mi piace tanto tanto, romanticismo a go go.

Io e il mio kindle. Recensione.

La verità: io amo le cosine tecnologiche, ma avevo detto, come tanti, o tutti i lettori, che non avrei mai sostituito il cartaceo. E, invece, no. L’ho, almeno parzialmente, sostituito, e vi dirò, non me ne pento affatto.

Scrivo questo post proprio oggi, perchè sono usciti in Italia i nuovi Kindle papernonsochecosa. Ecco, io il mio l’ho comprato circa due mesi fa (Kindle touch wireless) e non mi rode nemmeno un po’ che, a distanza di soli due mesi dal mio acquisto, siano usciti i nuovi, perchè il mio come peso, spessore, visualizzazione di pagina è già perfetto così, e non avrei assolutamente voglia di sostituirlo, quindi perché rosicare? Da parte della casa produttrice è normale lanciare qualcosa di nuovo, ma un e-book reader, per come lo vivo io, è un oggetto tecnologico sui generis, in quanto non deve essere aggiornato continuamente, ma serve solo per il compito per cui è nato, cioè leggere (non so se ho espresso bene ciò che volevo dire).

Comunque per quanto riguarda i vantaggi della lettura digitale io ne ho trovati diversi e, quindi, rifarei decisamente l’acquisto:

1. Il PREZZO, 129 euro, per un dispositivo che conto di tenere anni non mi sembra una spesa eccessiva.

2. La COMODITÁ, questo per me è il vantaggio più grande. Per una come me abituata ad uscire sempre con un libro in borsa (una sorta di amuleto che mi dà sicurezza) cosa c’è di più comodo di portarsi dietro più libri, ma senza peso? Niente. Io, poi, quando vado in viaggio porto sempre dietro più di un libro, anche se devo stare fuori, 2 giorni, -.-‘, e non so mai dove metterli, oppure mi porto nella borsa un peso così eccessivo che arrivata a destinazione sono stanchissima, altre volte mi è capitato, invece, di rinunciare a più libri, per poi scoprire che era proprio quello che avevo lasciato a casa che volevo leggere (sì, sono pazza). Ora, invece, questo problema non esisterà più. :-))))

3. Il RISPARMIO, è vero si spende 129 euro per l’investimento iniziale, se vogliamo chiamarlo così, ma poi si ammortizza, in quanto gli e-book costano di meno rispetto alle loro versioni cartacee e, in più, spesso ci sono offerte. É anche vero che le offerte ci sono anche nelle librerie o online, ma io abito in un  paese privo di una vera e propria libreria (l’unica che c’è vende per lo più solo best-seller), e anche in un paese in cui quando acquisti online alla consegna devi sempre litigare al telefono con lo spedizioniere perchè non vuole portarti il pacco fino a casa perchè ci sono le scale, -.-‘, quindi con il mio kindle non solo posso comprare libri a poco prezzo, ma posso accedere ad essi all’istante!
Ogni giorno mi viene, poi,  mandata una mail con l’offerta del giorno, ossia un libro a 0,99 euro e tra questi a volte ho trovato libri presenti nella mia wishlist. 🙂

Questi secondo me sono i 3 più grandi vantaggi.

Ho letto da più parti recensioni negative sul fatto che i libri che compri su amazon hanno un formato particolare, che non consente che essi siano letti su altri lettori. Onestamente a me questa cosa, fino ad ora, non mi è pesata, visto che i libri che compro sul kindle li voglio leggere sul kindle (forse perchè io non ho altri tablet o e-book reader, boh) e da nessun altra parte. Per quanto riguarda il contrario, cioè leggere file non presi dal kindle o semplicemente pdf io li converto grazie ad un programma che si chiama calibre che me li trasferisce, leggibilissimi, su di esso. Quindi, almeno per il momento, questo che dovrebbe essere l’aspetto negativo del mio dispositivo, come ho già detto, non mi pesa affatto.

Ovviamente ci sarà qualcuno che potrà ancora obiettare la conversione alla lettura digitale dicendo che con l’e-book reader si perde la vera bellezza della lettura, l’approccio all’oggetto libro in sé. Bhè, anche io sono una che quando apre un libro per prima cosa lo annusa, poi sfoglia pian piano le pagine, legge il retro-copertina, sceglie il segnalibro, etc. etc., ma comprarsi un e-book reader non significa che non compreremo mai più un libro cartaceo, o che non perderemo ore solo a vagare senza meta in una libreria, ma semplicemente che abbiamo sia il lato positivo del cartaceo, che quello del digitale. E, poi, esiste un lettore che non ha in giacenza sul suo comodino un cumulo di libri comprati chissà da quanto e che non ha ancora letto? Mmm, secondo me no, e se è così, non è un vero lettore,:P
Io per il momento ho deciso che in inverno spulcerò tra le mie giacenze sul comodino, così smaltisco i libri che non ho ancora letto e risparmio anche qualche soldino, visto che spendo sempre più di quello che dovrei, comprando più libri di quanti umanamente io ne possa leggere in una stagione, e in estate, che sono sempre in giro, tra negozio e spiaggia, leggo i miei nuovi amici e-book, 😀

Comunque vada, leggete!!!!

PS. Per chi non crede che leggere con un e-book reader non fa male alla vista, provare per credere! (cit. una miope da più di 4 gradi per occhio, ;-P)