Tornerò, prima o poi…

Bene, prima del parto, più di un anno fa, mi ero ripromessa di ricominciare a scrivere. Ecco, in questo anno ho smesso anche di leggere, XD

Non pensavo che fare la mamma fosse così faticoso, pensavo che i neo-genitori raccontassero in giro solo storie: “non dormirai più”, “riposati ora”, etc., e invece non sono lo sono, ma va bene così. Essere mamma, strano a dirsi per una come me, mi ha   cambiato nel profondo, mi ha completato e riempito le giornate nel vero senso della parola. Essere mamma è esserlo ventiquattro ore su ventiquattro, non una in più, non una in meno, ma ripeto, va bene così.

Prometto lo stesso a me stessa più che ad eventuali lettori, tanto non ne ho mai avuti molti in questo blog, che tornerò a scrivere, e pure a leggere, dai!

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Vi racconto il mio non cesareo

Non so se questa è la sede giusta in cui parlare di quello che mi è successo nelle ultime settimane, ma è l’unico luogo che ho per farlo. Mi piacerebbe che molte altre donne leggessero la mia esperienza, così da avere lo stesso coraggio che abbiamo avuto io e mio marito, perché anche se la nostra è un’esperienza banale e non grave è, comunque, assai diffusa, soprattutto qui al sud.

Come si evince dal post precedente e dal titolo di quest’ultimo sono incinta. Aspetto il mio primo bambino e sono a 39+6. Ho avuto una gravidanza piuttosto tranquilla: dopo un piccolo distacco di placenta al primo mese, dovuto più che altro a mia inconscienza (pur sapendo di essere incinta all’inizio continuavo ad andare in motorino su strade anche piuttosto dissestate) tutto è proceduto come doveva fino a due martedì fa, in cui ero ancora alla 38esima settimana. Alla visita di controllo, dopo l’ecografia, il ginecologo privato che mi stava seguendo ha iniziato a dire che il mio liquido amniotico era diminuito, che il mio bambino era piccolo (da aggiungere che per tutta la gravidanza è stato sempre indietro di una settimana visto che io non ho il ciclo mestruale di 28 giorni, ma bensì di 36, quindi la mia ovulazione sarà avvenuta sicuramente più tardi) e che nei casi come il mio prima si partorisce meglio è. Panico, crisi, ansia. Dovrò fare un cesareo e il più presto possibile, il mio liquido è finito. Il bambino non cresce più…

Dopo la visita il medico ci manda in clinica a fare un tracciato. Sul lettino di fianco a me c’è un’altra donna, paziente del mio stesso medico, che sta facendo la cardiotocografia come me. L’ostetrica mi chiede perché sono in ansia e io le spiego la situazione, al che mi guarda e non risponde niente. Dopo poco la ragazza sul lettino affianco mi chiede quando devo partorire ed io le rispondo che non so ancora, lei risponde che avrà un cesareo il venerdì successivo, è al secondo parto e al primo aveva avuto il mio stesso problema. Strano, molto strano. Dal mio tracciato non si evince nulla di grave, anzi alla lettura della cardiotocografia il ginecologo di guardia in clinica ci dice che va tutto benissimo. Mha, strano, molto strano.

Torniamo a casa visibilmente provati e agitati. Dobbiamo aspettare venerdì per un altro controllo. Non dormo, mi sento in ansia, ho paura del cesareo più del parto normale, inizio a convincermi che se è per il bene del mio bambino farò il cesareo. Ormai ne sono convinta.

Arriva venerdì. Andiamo di nuovo in clinica a fare il tracciato. Mi accompagnano i miei, perché la clinica è lontana da casa e mio marito mi deve raggiungere appena esce dal lavoro. Salgo su e faccio il tracciato. Nel frattempo mio padre, che conosce da tanti anni il medico perché è lo stesso che seguiva mia madre e che mi ha fatto nascere, aspetta giù e lo incontra. Esprime le mie titubanze sul parto cesareo e il medico gli risponde che lui non ha mai parlato di cesareo. Mio padre sale su e mi tranquillizza, poi se ne va perché è arrivato mio marito e dobbiamo passare allo studio del ginecologo per il controllo. Arriviamo allo studio sereni, il peggio è passato. Avevamo frainteso tutto, ci eravamo allarmati per nulla.

Entriamo, ecografia, visita. Lo “specialista” ci dice che il liquido non è diminuito ma è poco, il bambino è cresciuto un altro po’, il cesareo non è obbligatorio in questi casi, ma se voglio lunedì mi opera. Lunedì? Il 29 febbraio (tra l’altro!)? Che significa? “La signora è per il naturale?” Chiede. Io resto allibita. Rispondo che non sono per il naturale, sono per quello che deve essere, certo non voglio fare del male al bambino che sto portando in grembo da nove mesi. Mio marito fa altre mille domande, chiede più volte se davvero dobbiamo fare questo cesareo. Io non riesco a parlare, guardo mio marito, poi il medico, spaesata, immobile. Il bambino da adesso in poi è pronto per uscire, è maturo afferma. Ci dice di decidere noi, se vogliamo il giorno dopo lo chiamiamo e lunedì mi opera.

Usciamo più sconvolti che mai, atterriti. Io inizio a piangere e stare male perché non riesco a capire che sta succedendo. Se il mio liquido è poco e la situazione è grave allora perché non mi ha detto che mi devo operare e basta? Se, invece, non è così perché vuole farmi questo cesareo? Al corso preparto mi hanno detto di cercare un parto naturale, ho letto tante cose, ho ascoltato le esperienze di diverse donne, una mia amica mi ha suggerito di non cedere subito al cesareo, lei si è pentita di averlo fatto. Chiamo una mia amica medico e mi dice di cercare un altro parere, cosa che suggerisce anche una ginecologa in pensione lontana parente di mio marito.

Passiamo una notte ancora più tribolata. Io piango, non riesco a smettere. Il giorno dopo troviamo il numero di un’ostetrica che lavora all’asl dove ho frequentato il corso preparto e la chiamiamo, anzi la chiama mio marito perché io ancora non riesco a smettere di piangere. Le spiega la situazione e lei resta più allibita di noi, ci dice che lunedì mi può far fare una visita dal medico dell’asl, di stare tranquilli perché se il problema era grave sicuramente non avrebbe aspettato fino al lunedì per farmi il cesareo. Ci calmiamo un po’, riesco a non piangere più. Sabato sera e domenica passano in modo meno agitato. Dormo.

Arriva lunedì e la visita dal medico dell’asl non riscontra nessun problema. Il liquido, che a fine gravidanza inizia fisiologicamente a diminuire, c’è ancora, la placenta sta invecchiando regolarmente, il bambino corrisponde perfettamente alle settimane di gestazione in cui sta. Il tracciato è normale. Siamo felici, finalmente sereni dopo una settimana “travagliata”.

Che abbiamo fatto? Ovviamente non sono tornata da quel medico, partorirò in ospedale e mi farò assistere fin quando non arriverà il momento dall’ostetrica e dal ginecologo del consultorio dell’asl.

Non sono contro il cesareo, che è un intervento chirurgico che può salvare la vita a molte mamme e a molti bambini, ma sono contro a quest’eccessiva medicalizzazione del parto ormai troppo diffusa nel mondo occidentale. Sono contro al cesareo elettivo al primo parto, perché non possiamo aver paura di qualcosa che non abbiamo ancora vissuto e di cui non abbiamo esperienza. A questo punto sono decisamente contro al parto in clinica, perché, soprattutto qui in Campania, partorire in clinica è praticamente sinonimo di taglio cesareo.

Non sta a me decidere ciò che giusto o sbagliato per ognuna di noi, ma il mio suggerimento è di informarsi sempre, molto, soprattutto in gravidanza e di non affrontare la gravidanza e il parto, a meno che non ci siano davvero dei problemi, come una malattia, perché una malattia non è e, in quanto donne, possiamo affrontare tutto ciò in modo sereno e appropriato.

Io sono ancora qua, con il mio bambino in grembo, e aspetto… Quando verrà il momento qualsiasi cosa succeda l’accetterò, ma non credo che mi sarei mai perdonata di aver fatto nascere incoscientemente il mio bambino prima del termine stabilito dalla natura.

L’amore resta

Vorrei che le persone non si facessero più del male. Ecco quello che vorrei in questo preciso istante. Vorrei che l’amore non fosse una questione che si riduce all’oggi ci sono, qui, per te e domani non ci sono più. Ti spezzo il cuore, anche se fa male anche a me.
Ci sono passata per tutto questo e so quanto possa far male, per mesi, per anni. E so, fin troppo bene, che le ferite te le porti dietro comunque, anche quando le cose si aggiustano o almeno vanno come speravi tu. Ed ogni tanto inevitabilmente la ferita inizia a pulsare sotto il cuore ricucito e ti chiedi perché quel periodo è capitato proprio a te che non lo meritavi. Poi ti passa, certo, però ogni tanto, sempre più raramente per fortuna, fa ancora male.
Vorrei che nessuno si facesse del male, perché l’irrequietezza di un periodo, l’incertezza del proprio essere che porta a farci dubitare anche dell’altro non vale il male che inconsapevolmente possiamo fare a chi, invece, amiamo.
E poi cos’è l’amore? Vorremmo davvero ridurlo a quella fantasia da bambini di qualcosa di travolgente e passionale che ci porta a fare follie? Non lo voglio credere, é una visione davvero troppo superficiale. L’amore è qualcosa d’altro, è l’accettare e sopportare l’altra quando fa la matta e ti manda a quel paese senza una spiegazione, perché non riesce a dirti che si porta dietro un cuore ricucito tante volte e vuole prendersela con qualcun altro non con se stessa quel giorno. L’amore è sopportare l’altro nei suoi giorni di tristezza ed inquietudine senza poter fare nient’altro che stargli vicino senza parlare. L’amore è la quiete di quando torni a casa e ci siete solo tu e lui e sognare che questo sia il tuo futuro. L’amore è chiudere il mondo fuori da un finestrino di una macchina e non pensare più a niente. Tutto il resto c’è, ci può essere all’inizio e non sempre dopo, ma la passione è effimera, l’amore resta.

Sui disturbi alimentari e dintorni

Sto leggendo un libro prestatomi da un’amica il cui titolo è “Sprecata”, di Marya Hornbacher. É l’autobiografia di una ragazza che ha sofferto di problemi alimentari, così mi fermo ancora una volta a riflettere su questo delicato argomento.

Io non ho mai sofferto, per fortuna, di problemi di tale tipo, ma ci sono andata molto vicina e penso che tante ragazze della mia generazione ne abbiano sofferto o possono esserci andate vicino, perché è così facile sentirsi non accettate con un corpo diverso dallo standard o dai modelli che ci propongono.

Tra i 20 e i 21 anni ho perso in pochissimo tempo, nel giro di due o tre mesi, dieci chili. Per svariati mesi ho mangiato a pranzo un piattino di pastina in bianco e parmigiano e a cena una mela, o viceversa. Dimagrivo giorno per giorno e ne ero felice. Mi guardavo allo specchio ed ero felice perché continuavo a dimagrire, era così facile perdere peso e ne volevo perdere ancora di più, volevo eliminare quella pancia che mi portavo dietro da una vita. E poi, cosa non trascurabile, mi sentivo invincibile e molto forte nonostante il mio corpo non ricevesse nessun alimento che potesse darmi tale forza. Andavo all’università tutti i giorni, seguivo corsi, studiavo e mi dicevo che se riuscivo a fare tutte queste cose mangiando così poco significava che il cibo non era così essenziale come tutti dicevano e come mi avevano fatto credere. Ignoravo, in realtà, i segnali che il mio corpo mi mandava, segnali che mi dicevano che non ce la potevo fare a continuare così, che non era vero che ero invincibile: giramenti di testa, tremore nelle gambe e stanchezza eccessiva nel percorrere la strada che mi portava dall’università a casa che mi ostinavo a fare a piedi, ciclo sempre più altalenante, concentrazione nello studio che veniva a mancare. Ero vicina, molto vicina, ad un punto di non ritorno, ma poi, grazie al cielo e diversamente da tante altre ragazze che purtroppo cadono nella terribile trappola di un disturbo alimentare, mi sono riuscita a fermare, ho razionalizzato, ho capito che stavo facendo un’enorme cazzata e sono tornata indietro. Non so bene cosa mi abbia fatto ragionare, sicuramente ero già più grande rispetto a tante ragazze che soffrono di disturbi dell’alimentazione e per questo avevo quel grado di maturità in più che mi ha fatto capire che mi stavo spingendo verso dei limiti da cui sarebbe stato difficile tornare. Di quel periodo ho tanti ricordi, ma due sono indelebili. Il primo è la sensazione di felicità e onnipotenza che provavo quando le persone notavo il mio dimagrimento e, di conseguenza, la mia magrezza, sensazione che mi spingeva a continuare a non mangiare, sensazione che mi portava la sera nel letto a toccarmi le ossa del bacino che iniziavano a sporgermi dai fianchi e a essere ancora più felice, anche se la testa poggiata sul cuscino mi girava e lo stomaco urlava: FAME. Il secondo ricordo si riferisce ad un episodio più specifico. Un giorno ero in spiaggia con i miei genitori e dovevamo pranzare in un ristorante sul mare. Loro avevano ordinato la pasta, mentre io continuavo a spiluccare la mia insalata di mare pensando a come fare a non mangiare davanti ai miei genitori. Quel giorno mio padre mi fece “un discorso”, nel quale mi disse che lui mi riteneva una persona matura e intelligente e per questo era sicuro che sarei stata attenta a ciò che facevo. Non so se è stato proprio questo a darmi una scossa, a svegliarmi dall’incubo in cui sarei potuta cadere, ma sicuramente dopo qualche mese ho ricominciato a mangiare normalmente. Oddio, normalmente è un parolone. Il mio rapporto con il cibo è sempre sull’attenti. Il mio rapporto con il cibo non sarà mai veramente normale, perché non potrò mai mangiare tranquillamente e senza pensare che ciò che mangio incide sul mio corpo, e il problema è che, almeno credo, per la stragrande maggioranza delle donne è così. Il mio problema è un problema di quasi tutte. Il mio problema forse nasce dal fatto che da quando avevo più o meno dieci anni mio fratello maggiore mi diceva sempre che ero grassa, che avevo la pancia e altre cose simili, ma anche dal fatto che i modelli di bellezza che mi hanno proposto sono sempre stati quelli di donne magre, sicuramente più magre e meno formose di me. Io, come tutte le ragazzine della mia età e quelle attuali e quelle che verranno, sono cresciuta con il mito della magrezza.

Ecco ora che ormai sono “grandicella”, ora che anche quando mi vedo ingrassata o semplicemente grassa so che il mio corpo è questo, cioè quello di una donna che non sarà mai longilinea e filiforme, ma che è e può essere, grazie all’attività fisica che pratico e per giunta mi piace praticare e ad un’alimentazione piuttosto attenta e sana, una donna normopeso con una costituzione che ha i suoi pregi e i suoi difetti, ora che la ragione prevale su tutto il resto e che non posso più incappare nemmeno di striscio in un problema dell’alimentazione mi domando, leggendo il libro, se mai avrò una figlia come dovrò comportarmi con lei per far sì che non incappi, a causa della mia ossessione per il non ingrassare e i modelli che le saranno proposti, in un disturbo alimentare? Lo so che forse è un po’ presto per pensare ad una cosa del genere, visto che la nascita di una presunta bambina non è nemmeno nei progetti, ma la cosa mi strugge lo stesso, perché il rapporto tra una donna è ciò che mangia è per molte donne il perno attorno al quale gira l’intera sua esistenza, perché non ritengo sia giusto che dobbiamo combattere tutta la vita contro un modello che non ci appartiene e che per costituzione fisica non potremmo mai raggiungere, non è giusto che nonstante non lo vogliamo soffriamo perchè non potremmo mai omologarci ad uno standard di bellezza che forse non è nemmeno bello, non è giusto che non dobbiamo sentirci belle perchè non siamo magre, quando invece molto probabilmente con la nostra cellulite, il culo grosso, i fianchi larghi e il nostro sorriso siamo più belle di tutte le donne magre alle quali vorremmo somigliare.

Lo ammetto se mai una bambina sarà nella mia pancia pregherò tutti i giorni non solo che sia sana, ma anche che prenda la costituzione dal mio fidanzato e che quindi sia una di quelle ragazze, invidiate da tutte, che possono mangiare ciò che vogliono senza mettere un etto e senza avere un filo di cellulite, ma nel caso in cui, invece, la costituzione sia la mia, allora smetterò di pregare e cercherò con tutta me stessa di essere per lei un modello positivo, cercherò di aiutarla ad accettarsi così come è e non paragonata ai modelli che le vengono proposti e cercherò di renderla forte, soprattutto nei confronti dei giudizi degli uomini che faranno parte della sua vita.

anoressia

Vi lascio con un racconto che scrissi all’epocain cui sono dimagrita molto, anzi forse l’ho scritto quando ho capito che quel confine non doveva essere superato.

Confini da superare

Il confine tra l’essere sano e l’essere malato è labile, lei lo sapeva bene. Se ne era resa conto ancora meglio due giorni prima, quando il dolore era diventato talmente acuto che aveva sentito la necessità di fare qualcosa e quel qualcosa era stato dirigersi verso il bagno, chiudersi a chiave e mettersi due dita in gola, per vomitare in quel water la frustrazione e la sofferenza di quegli ultimi tempi. Non ci era riuscita. Le sue dita si erano spinte finchè potevano, i conati la inducevano a riprovare, ma si era resa conto di quanto stupido sarebbe stato oltrepassare quel confine.

Non era malata. Non ancora. Avvertiva che qualcosa in lei stava succedendo e non sapeva se voleva veramente fermarlo. O almeno non da sola. Ne era consapevole.

Non era una richiesta d’attenzione la sua, semplicemene voleva cambiare qualcosa, voleva che le cose andassero diversamente.

Una sua caratteristica era fare progetti a lunga durata, programmare tutto per sentirsi bene. A volte neanche se ne accorgeva. Lei. Gli altri sì, ma purtroppo glielo avevano detto troppo tardi, come consiglio post accaduto, dopo che tutti i suoi piani e i suoi progetti erano saltati. Quando il suo mondo, costruito su fragili e illusiorie sicurezze, era stato distrutto. Quel mondo, insiema alla sua anima e al suo cuore, lo aveva aperto ad un’altra persona e gli si era aggrappata come se non potesse più vivere da sola. Questa era un’altra sua caratteristica. Dipendenza.

Dipendere da qualcuno per non sentirsi fragile e insicura.

Aveva coniugato le sue due caratteristiche e ne era uscita una miscela esplosiva. Aveva fatto progetti a lunga durata, aveva programmato la sua vita con la persona dalla quale dipendeva. E poi boom!

Ora si trovava ad affrontare quel confine, a capire se voleva oltrepassarlo davvero, senza programmi per il futuro. Sì, cedere alla malattia voleva dire non avere più piani, lasciarsi andare. In compenso significava anche creare un’altra dipendenza, dipendere da qualcosa di più fragile di lei stessa o forse diventare davvero fragile. Spesso si chiedeva se lo era davvero o se cercava di esserlo per nascondere le sue paure, per non reagire.

Era in bilico, camminava, barcollando, su un sottilissimo filo.

Quello che faceva non era normale eppure non poteva smettere di farlo. Era un’altra dipendenza. Mania.

Non era normale che ogni mattina si alzava e il suo primo pensiero era controllare il suo peso. Vedere se il piccolo schermo della sua bilancia digitale le diceva che era aumentata di qualche grammo per correre ai ripari. Non era normale masticare lentamente, talmente piano da finire il suo unico piatto quando tutti gli altri erano arrivati alla frutta. Non era normale domandarsi quante calorie conteneva ogni alimento che avvicinava alla sua cavità orale (erano queste le parole che formulava nella sua mente) e calcolare se aveva raggiunto il suo fabbisogno giornaliero, che aveva ridotto personalmente. Non era normale sentirsi nauseata ogni volta che l’odore di qualche cibo non consentito ciroclava nell’aria e fare un’analisi dettagliata dei cibi che le venivano proposti.

No, tutto questo superava i confini della normalità, dell’essere sano. Rifletteva su questo quella mattina appena sveglia, e si rendeva conto che il confine per lei era più fragile di quanto credesse, che ci voleva veramente poco per superarlo. In quel momento non sapeva se voleva superarlo o no. Non lo sapeva e si rifiutava di fare progetti.

25 agosto 2005

Trasmigrazione

Questo è l’ultimo passaggio per il mio blog! Lo giuro! Sono passata da splinder a blogger per cause di forza maggiore, ossia la chiusura di splinder. La scelta di blogger fu un po’ frettolosa. La piattaforma non mi dispiace, ma non mi soddisfa quindi per farla breve ho trasferito il blog per la terza volta! Il template è ancora in fase di elaborazione. Se ci sono consigli sono ben accetti, la clausola è che nel mio blog ci DEVE essere una tazzina di caffè. Per il momento è tutto. Sto per tornare nel pieno della mia forma. 🙂 Stay tuned!

Riflessioni post-natalizie sull’essere genitori, o.O

E anche il santo natale fortunatamente è bello che andato, ora non ci resta che aspettare l’ingresso del nuovo anno e l’addio a quello vecchio con un sonoro vaffanculo! Quest’anno è stato… Non ci sono, per il momento parole per descriverlo, quindi lascio stare, se le troverò mi propongo di dedicarvici un intero post, niente di meno!

Ormai ho l’età in cui le persone mie coetanee iniziano a riprodursi, se non l’hanno già fatto (mia madre alla mia età, come mi ha ricordato mio padre la sera della vigilia, aveva già messo al mondo due bei pargoletti), e così più di una volta mi sono fermata a pensare all’essere genitori. Bhè, non voglio essere la solita cinica, ma purtroppo riflettendo sugli esempi più o meno diretti che ho avuto, sono arrivata alla conclusione che la genitorialità è la più grande forma di egoismo dell’essere umano. Sì, l’ho detto e,  ahimè, lo penso davvero.
La maggior parte dei genitori che conosco, e non sto parlando di chi ha dei bambini piccoli, ma di chi ha figli ormai adulti, non fa altro che biasimare la vita dei propri figli o continuare a cercare di guidarli verso il sentiero da loro e per loro stabilito. Chi più, chi meno non accetta le scelte dei propri figli o almeno non le condivide del tutto e vorrebbe che il proprio figlio continuasse a fare ciò per cui è stato messo al mondo: realizzare i sogni dei propri genitori, seguire la strada maestra su cui si è stato immesso, seguire il percorso già tracciato e per il quale è stato messo al mondo.
Sfido io a trovare un genitore che accetta fino in fondo le scelte, pur sbagliate, del proprio figlio. Sfido io a trovare un genitore che accetta la personalità troppo diversa dalla sua del proprio figlio. Quello che voglio dire è che noi figli non siamo perfetti, ma che siamo degli individui autonomi e liberi, ma i genitori non ci hanno messo davvero al mondo per generosità e per  farci essere liberi, ma semplicemente per soddisfare il loro egoismo, per dare un senso ai propri sforzi, non per un amore grande e fine a se stesso.
Sfido io, per ultimo, a trovare un genitore che leggendo questa poesia di Gibran dica di accettarla in pieno:

I Figli – Gibran

E lui disse:
I vostri figli non sono figli vostri.
Sono i figli e le figlie della brama che la Vita ha di se stessa.
Essi vengono attraverso voi ma non da voi,
e sebbene siano con voi non vi appartengono.
Potete donare loro il vostro amore ma non i vostri pensieri.
Poiché hanno pensieri loro propri.
Potete dare rifugio ai loro corpi ma non alle loro anime,
giacchè le loro anime albergano nella casa di domani,
che voi non potete visitare neppure in sogno.
Potete tentare d’esser come loro, ma non di renderli
come voi siete.
Giacchè la vita non indietreggia nè s’attarda sul passato.
VOI SIETE GLI ARCHI DAI QUALI I VOSTRI FIGLI ,
VIVENTI FRECCE,
SONO SCOCCATI INNANZI.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito,
e vi tende con la sua potenza affinchè le sue frecce possano
andare veloci e lontano.
Sia gioioso il vostro tendervi nella mano dell’Arciere;
poiché se ama il dardo sfrecciante,
così ama l’arco che saldo rimane.

E una donna che reggeva un bimbo al seno disse, Parlaci dei Figli.

Lo so, sono dura, e se i miei genitori leggessero questo post cercherebbero con tutte le loro forze di asserire il contrario e lo farebbero probabilmente tutti i genitori che conosco e che leggessero una cosa del genere.
Dopo varie riflessioni, però, sono sempre più convinta di tutto ciò che ho scritto, ma è risaputo che io non sono cresciuta nella casetta della mulino bianco e spero, per me e per i figli che presto o tardi metterò al mondo anche io, di sbagliarmi alla grande e di essere la madre più generosa del mondo.

Bhè, che posso dirvi, questo è il degno ultimo post di un anno per così dire di m…a!
A risentirci presto, forse in un anno migliore!
Buon 2013