L’amore resta

Vorrei che le persone non si facessero più del male. Ecco quello che vorrei in questo preciso istante. Vorrei che l’amore non fosse una questione che si riduce all’oggi ci sono, qui, per te e domani non ci sono più. Ti spezzo il cuore, anche se fa male anche a me.
Ci sono passata per tutto questo e so quanto possa far male, per mesi, per anni. E so, fin troppo bene, che le ferite te le porti dietro comunque, anche quando le cose si aggiustano o almeno vanno come speravi tu. Ed ogni tanto inevitabilmente la ferita inizia a pulsare sotto il cuore ricucito e ti chiedi perché quel periodo è capitato proprio a te che non lo meritavi. Poi ti passa, certo, però ogni tanto, sempre più raramente per fortuna, fa ancora male.
Vorrei che nessuno si facesse del male, perché l’irrequietezza di un periodo, l’incertezza del proprio essere che porta a farci dubitare anche dell’altro non vale il male che inconsapevolmente possiamo fare a chi, invece, amiamo.
E poi cos’è l’amore? Vorremmo davvero ridurlo a quella fantasia da bambini di qualcosa di travolgente e passionale che ci porta a fare follie? Non lo voglio credere, é una visione davvero troppo superficiale. L’amore è qualcosa d’altro, è l’accettare e sopportare l’altra quando fa la matta e ti manda a quel paese senza una spiegazione, perché non riesce a dirti che si porta dietro un cuore ricucito tante volte e vuole prendersela con qualcun altro non con se stessa quel giorno. L’amore è sopportare l’altro nei suoi giorni di tristezza ed inquietudine senza poter fare nient’altro che stargli vicino senza parlare. L’amore è la quiete di quando torni a casa e ci siete solo tu e lui e sognare che questo sia il tuo futuro. L’amore è chiudere il mondo fuori da un finestrino di una macchina e non pensare più a niente. Tutto il resto c’è, ci può essere all’inizio e non sempre dopo, ma la passione è effimera, l’amore resta.

Noi le promesse non le volevamo

La mia generazione è la generazione alla quale hanno fatto più promesse, promesse non mantenute. Quando eravamo piccoli ci hanno raccontato un sacco di storie, la più grande riguardava ciò che saremmo potuti diventare da grandi. Ci hanno offerto la grande illusione di poter diventare tutto ciò che volevamo. Sì, proprio tutto ciò che volevamo. E così abbiamo iniziato a fantasticare e a inseguire, chi con tanta chi con poca determinazione, i nostri sogni. Io ho sognato tanto. Come tutte le bambine volevo diventare una ballerina, poi a 10 anni ero convinta che avrei fatto l’avvocato, a 15 la psicologa e via dicendo. A 19 anni, quando mi sono iscritta all’università, sognavo di poter diventare una specie di intellettuale, a metà strada tra la giornalista culturale e il critico letterario, cioè sognavo di poter campare grazie alla lettura e la scrittura. Io sognavo ancora, ma intorno a me qualcosa era cambiato. Chi un tempo prometteva ed illudeva ormai si tirava indietro. I più consigliavano di frequentare facoltà scientifiche, le uniche in grado di dare ancora un vero lavoro. Ma, a 20 anni, la passione alimentata da anni e anni di finte promesse certo non si fa dissuadere così facilmente. E così, per me, facoltà umanistica fu. Durante il percorso universitario si diffondevano nei corridoi presagi di un futuro disastroso, le illusioni delle false promesse iniziavano a cadere, si iniziava a parlare di crisi, ma i libri da studiare sulla scrivania erano ancora tanti e la testa e i giorni troppo pieni di impegni. Poi, il corso di studi è finito e ci siamo ritrovati di punto in bianco catapultati nella dura e triste realtà. Stage non pagati o pagati una miseria, traslochi all’altro capo del paese o in qualche altra nazione, giorni passati a compilare curricula non considerati da nessuno, perché un candidato senza esperienza nessuno lo vuole, colloqui in cui, per le donne, è più importante il non essere fidanzate che l’aver sgobbato sui libri e aver ottenuto una laurea con tanto di lode. Le promesse si svelano per quello che erano realmente: illusioni. Io, dal mio canto, ho accettato il fatto di essere una delle poche fortunate. Io, bene o male, un lavoro ce l’ho, non ho dovuto faticare tanto per trovarlo, è sotto casa, il curriculum era già noto e il colloquio non l’ho dovuto nemmeno sostenere. Io sono una privilegiata. Ne sono consapevole, anzi di più. Mio padre ha lavorato una vita per costruire la sua attività, e lavora ancora. Io con una laurea in lingue faccio la commessa e almeno pratico le lingue che ho studiato, e poi, con il passare del tempo, a parte la consapevolezza di essere davvero una privilegiata, ho scoperto che, dopo tanti anni rinchiusa in una stanza da sola, stare tra la gente non mi dispiace. Ho scoperto anche che mi entusiasmo per un piatto di ceramica in un colore vivo, con l’orlo smerlato e dall’ottima rifinitura; che le posate della nuova collezione mi fanno impazzire e che quando si comprano il cucchiaino da cocktail che, onestamente, ho scelto io sono orgogliosa, quasi quanto prendevo un bel voto. Aggiungiamoci che quando torno a casa sono talmente privilegiata che ho un comodino e una libreria piena di libri, grazie ai quali continuo a coltivare la mia passione e a nutrire il mio spirito, e ho anche un’amica con la quale scambiare libri e anche opinioni su quello che leggiamo, che è una gran cosa al giorno d’oggi visto la lobotomizzazione dominante. Aggiungiamoci, ancora, che ho anche il tempo di scrivere qualche cazzata su questo blog, così da poter coltivare la vecchia passione della scrittura e alimentare, in un certo qual modo, il mio ego, però. Sì, c’è un però. Però il mio sogno non era questo, questa non era la promessa che mi era stata fatta. La promessa era quella di avere la possibilità di poter fare tutto quello che desideravo, speravo, sognavo. E la promessa non è stata mantenuta. La promessa è diventata un’illusione e anche una grande delusione. E la promessa non era stata fatta solo a me, ma a tanti altri, tanti meno privilegiati di me, che insieme alla caduta dell’illusione stanno facendo i conti con una realtà davvero difficile, a volte talmente tanto da non riuscire più a vedere un futuro. Ci sono state fatte delle promesse a noi che 10 anni fa eravamo ragazzini ed ora non siamo già più quasi giovani, ma semplicemente adulti. 

La promessa era stata fatta ad un’intera generazione.
Francamente avremmo preferito che ci dicessero la verità, senza raccontarci tante storie.