Vi racconto il mio non cesareo

Non so se questa è la sede giusta in cui parlare di quello che mi è successo nelle ultime settimane, ma è l’unico luogo che ho per farlo. Mi piacerebbe che molte altre donne leggessero la mia esperienza, così da avere lo stesso coraggio che abbiamo avuto io e mio marito, perché anche se la nostra è un’esperienza banale e non grave è, comunque, assai diffusa, soprattutto qui al sud.

Come si evince dal post precedente e dal titolo di quest’ultimo sono incinta. Aspetto il mio primo bambino e sono a 39+6. Ho avuto una gravidanza piuttosto tranquilla: dopo un piccolo distacco di placenta al primo mese, dovuto più che altro a mia inconscienza (pur sapendo di essere incinta all’inizio continuavo ad andare in motorino su strade anche piuttosto dissestate) tutto è proceduto come doveva fino a due martedì fa, in cui ero ancora alla 38esima settimana. Alla visita di controllo, dopo l’ecografia, il ginecologo privato che mi stava seguendo ha iniziato a dire che il mio liquido amniotico era diminuito, che il mio bambino era piccolo (da aggiungere che per tutta la gravidanza è stato sempre indietro di una settimana visto che io non ho il ciclo mestruale di 28 giorni, ma bensì di 36, quindi la mia ovulazione sarà avvenuta sicuramente più tardi) e che nei casi come il mio prima si partorisce meglio è. Panico, crisi, ansia. Dovrò fare un cesareo e il più presto possibile, il mio liquido è finito. Il bambino non cresce più…

Dopo la visita il medico ci manda in clinica a fare un tracciato. Sul lettino di fianco a me c’è un’altra donna, paziente del mio stesso medico, che sta facendo la cardiotocografia come me. L’ostetrica mi chiede perché sono in ansia e io le spiego la situazione, al che mi guarda e non risponde niente. Dopo poco la ragazza sul lettino affianco mi chiede quando devo partorire ed io le rispondo che non so ancora, lei risponde che avrà un cesareo il venerdì successivo, è al secondo parto e al primo aveva avuto il mio stesso problema. Strano, molto strano. Dal mio tracciato non si evince nulla di grave, anzi alla lettura della cardiotocografia il ginecologo di guardia in clinica ci dice che va tutto benissimo. Mha, strano, molto strano.

Torniamo a casa visibilmente provati e agitati. Dobbiamo aspettare venerdì per un altro controllo. Non dormo, mi sento in ansia, ho paura del cesareo più del parto normale, inizio a convincermi che se è per il bene del mio bambino farò il cesareo. Ormai ne sono convinta.

Arriva venerdì. Andiamo di nuovo in clinica a fare il tracciato. Mi accompagnano i miei, perché la clinica è lontana da casa e mio marito mi deve raggiungere appena esce dal lavoro. Salgo su e faccio il tracciato. Nel frattempo mio padre, che conosce da tanti anni il medico perché è lo stesso che seguiva mia madre e che mi ha fatto nascere, aspetta giù e lo incontra. Esprime le mie titubanze sul parto cesareo e il medico gli risponde che lui non ha mai parlato di cesareo. Mio padre sale su e mi tranquillizza, poi se ne va perché è arrivato mio marito e dobbiamo passare allo studio del ginecologo per il controllo. Arriviamo allo studio sereni, il peggio è passato. Avevamo frainteso tutto, ci eravamo allarmati per nulla.

Entriamo, ecografia, visita. Lo “specialista” ci dice che il liquido non è diminuito ma è poco, il bambino è cresciuto un altro po’, il cesareo non è obbligatorio in questi casi, ma se voglio lunedì mi opera. Lunedì? Il 29 febbraio (tra l’altro!)? Che significa? “La signora è per il naturale?” Chiede. Io resto allibita. Rispondo che non sono per il naturale, sono per quello che deve essere, certo non voglio fare del male al bambino che sto portando in grembo da nove mesi. Mio marito fa altre mille domande, chiede più volte se davvero dobbiamo fare questo cesareo. Io non riesco a parlare, guardo mio marito, poi il medico, spaesata, immobile. Il bambino da adesso in poi è pronto per uscire, è maturo afferma. Ci dice di decidere noi, se vogliamo il giorno dopo lo chiamiamo e lunedì mi opera.

Usciamo più sconvolti che mai, atterriti. Io inizio a piangere e stare male perché non riesco a capire che sta succedendo. Se il mio liquido è poco e la situazione è grave allora perché non mi ha detto che mi devo operare e basta? Se, invece, non è così perché vuole farmi questo cesareo? Al corso preparto mi hanno detto di cercare un parto naturale, ho letto tante cose, ho ascoltato le esperienze di diverse donne, una mia amica mi ha suggerito di non cedere subito al cesareo, lei si è pentita di averlo fatto. Chiamo una mia amica medico e mi dice di cercare un altro parere, cosa che suggerisce anche una ginecologa in pensione lontana parente di mio marito.

Passiamo una notte ancora più tribolata. Io piango, non riesco a smettere. Il giorno dopo troviamo il numero di un’ostetrica che lavora all’asl dove ho frequentato il corso preparto e la chiamiamo, anzi la chiama mio marito perché io ancora non riesco a smettere di piangere. Le spiega la situazione e lei resta più allibita di noi, ci dice che lunedì mi può far fare una visita dal medico dell’asl, di stare tranquilli perché se il problema era grave sicuramente non avrebbe aspettato fino al lunedì per farmi il cesareo. Ci calmiamo un po’, riesco a non piangere più. Sabato sera e domenica passano in modo meno agitato. Dormo.

Arriva lunedì e la visita dal medico dell’asl non riscontra nessun problema. Il liquido, che a fine gravidanza inizia fisiologicamente a diminuire, c’è ancora, la placenta sta invecchiando regolarmente, il bambino corrisponde perfettamente alle settimane di gestazione in cui sta. Il tracciato è normale. Siamo felici, finalmente sereni dopo una settimana “travagliata”.

Che abbiamo fatto? Ovviamente non sono tornata da quel medico, partorirò in ospedale e mi farò assistere fin quando non arriverà il momento dall’ostetrica e dal ginecologo del consultorio dell’asl.

Non sono contro il cesareo, che è un intervento chirurgico che può salvare la vita a molte mamme e a molti bambini, ma sono contro a quest’eccessiva medicalizzazione del parto ormai troppo diffusa nel mondo occidentale. Sono contro al cesareo elettivo al primo parto, perché non possiamo aver paura di qualcosa che non abbiamo ancora vissuto e di cui non abbiamo esperienza. A questo punto sono decisamente contro al parto in clinica, perché, soprattutto qui in Campania, partorire in clinica è praticamente sinonimo di taglio cesareo.

Non sta a me decidere ciò che giusto o sbagliato per ognuna di noi, ma il mio suggerimento è di informarsi sempre, molto, soprattutto in gravidanza e di non affrontare la gravidanza e il parto, a meno che non ci siano davvero dei problemi, come una malattia, perché una malattia non è e, in quanto donne, possiamo affrontare tutto ciò in modo sereno e appropriato.

Io sono ancora qua, con il mio bambino in grembo, e aspetto… Quando verrà il momento qualsiasi cosa succeda l’accetterò, ma non credo che mi sarei mai perdonata di aver fatto nascere incoscientemente il mio bambino prima del termine stabilito dalla natura.